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lunedì 19 luglio 2010

Pensare di cambiare: meglio una testa ben fatta o una testa ben piena?

Se lo chiedeva Michel de Montaigne e l'aforisma piacque a Edgar Morin che ne trasse spunto per il suo La tête bien faite.


Pensare però ha molto a che fare con il senso di pienezza, la stessa parola significa pesare, quindi nulla di strano se la testa vi può sembrare pesante per troppi pensieri.

Carichiamo la nostra mente di pesi tutte le volte che ci interroghiamo sul cambiare qualcosa nella nostra vita.

L'esigenza di cambiare è fondamentale per evolvere, per carità.

Ma non è sempre facile capire subito cosa cambiare e come farlo.

In più, ci sono alcuni pericoli insiti nell'attività del pensare sui quali vorrei riflettere con te.

La primissima cosa che puoi fare riguardo al pensare ai problemi e al come cambiare le situazioni è di non stare tutto il giorno a girarci intorno coi pensieri.

Hai fatto caso quanto piace agli esseri umani girare a vuoto nella loro mente pensando alle cose che non possono cambiare?

Non è certo per autolesionismo, è un meccanismo psicologico automatico, ma non per questo obbligatorio.

Dall'esterno si potrebbe pensare che certe persone preferiscano rimuginare pensieri problematici e di cambiamento piuttosto che agire, come fossero tendenzialmente pigre.

Ma l'etichetta della pigrizia secondo me non spiega al meglio questo comportamento, almeno per me che la pigrizia l'associo all'otium, e l'otium ha a che fare con le virtù.

C'è un altro dato significativo: finché stai lì a pensare a problemi e cambiamenti di sicuro non avrai a che fare nella pratica né coi problemi - che sono fastidiosi - né col cambiamento - che è molto faticoso - .
Sarà questo il motivo?

Un inconscio bisogno di evitare sofferenze reali, sacrificandosi a quelle mentali?

Certo, ci sono cose che non puoi cambiare.

Il tempo meteorologico non puoi cambiarlo e ti tocca arrangiarti con aria condizionata d'estate e riscaldamento d'inverno.

L'economia non la puoi cambiare e cerchi di ponderare le spese e gli investimenti.

E noi stessi?

Possiamo cambiare noi stessi?

Vediamo di arrivarci, alla risposta.


Cambiare è un verbo transitivo, puoi dire cambiare qualcosa, che ne so, cambiare un abito, cambiare le tende, cambiare l'automobile.

Qualcuno potrebbe pensare di cambiare gli altri, e lasciamogli scoprire quanto questo sia possibile...

Se usi cambiare in senso attivo, l'azione del cambiare ricade su qualcosa al di fuori di te.

Questo modo di cambiare, quando si tratta di problemi umani, è quasi sempre inefficace, anche perché gli altri hanno la tua stessa intenzione: cambiare qualcosa al di fuori di sé -  quindi anche te! - per risolvere i loro problemi.

Se invece inizi a usare cambiare in senso riflessivo, cambiarsi, ecco che le cose iniziano a fluire meglio.

In un certo senso, la risposta è tutta qui: spendiamo un sacco di tempo a provare a cambiare le cose fuori di noi  pochissimo a cambiare quelle dentro.

E così nell'apprendimento di nuove abilità: spendiamo tempo a imparare a usare l'Iphone ma non a mandare a noi stessi i giusti messaggi...

Come puoi smettere di girare intorno alle questioni coi pensieri e liberarti da questo automatismo?

La maggior parte delle volte non siamo consapevoli di trovarci in una situazione potenzialmente problematica, e per accorgercene c'è bisogno di provare un po' di strizza, per dirla in modo colorito.

Quando arriva la sensazione di essere a rischio ecco che qualcosa scatta nella mente, ti dici basta! e passi all'azione.

Il nostro "campanello d'allarme" però suona solo a un certo livello di rischio e questo dipende dalla nostra percezione e dalle situazioni nelle quali ci troviamo.

Finché non senti quella situazione come totalmente inaccettabile per te, continui a restartene lì a far crescere il problema, senza accorgertene.

Potrebbe essere interessante provare ad abbassare il livello d'allarme, far scattare il "campanello" un po' prima del solito, per agire quando ci sono ancora grossi margini di miglioramento e non quando si è in piena crisi.

Ma c'è ancora un altro modo di considerare il cambiamento.

Messa così, stiamo ancora accettando l'idea che il tempo si possa dividere in due parti, separate dal momento in cui suona l'allarme: prima del problema, quando non te ne rendi conto, dopo il problema, ossia dopo che ha manifestato i suoi danni.


Eppure questa divisione del tempo non è reale, è una descrizione che imponiamo alla realtà.

In verità, tu stai cambiando di continuo.

Proprio adesso, che tu lo voglia o no.

Un cambiamento così lento, quasi impercettibile.

Secondo alcune persone questo tipo di cambiamento è uno scivolare nelle abitudini, quindi di per sé negativo.

Ma questo aspetto, la qualità del cambiare, è secondario.

Qualcuno si sveglia e davanti allo specchio dice oh diamine, da dove spunta questo chilo in più?

Qualcun altro trova l'ascensore fuori uso e arranca per le scale chiedendosi dov'è finito il mio fiato?

Qualcun altro ancora vede il suo conto farsi rosso e si domanda come ho fatto a spandere tutto così in fretta?

La domanda di fondo, com'è potuto accadere, è una domanda sbagliata.

Non succede quando te ne rendi conto.

Stava già accadendo chissà da quanto.

Un po' per volta, mentre ti dimenticavi di buttare un occhio alla dieta, uno alle sigarette e uno al portafoglio, le cose nel frattempo cambiavano.

E la tua testa in quel momento era leggera, tanto leggera...

Noi lasciamo che le cose vadano fuori dal nostro controllo.

Non dipende da nessuno, non siamo stati condizionati dagli alieni né dal complotto del protocollo di Sion (un bel post sul complottismo prima o poi lo faccio...).

Il cambiamento è lento, e la sua lentezza è inversamente proporzionale alla velocità con cui poi pretendi di aggiustare i danni, quando ti accorgi del problema.

Voler riparare in fretta e furia i danni provoca un surplus di sofferenza che alcuni ritengono normale e altri ritengono meritato, perché oltre a non aver badato a sé stessi si tolgono pure la soddisfazione di autobiasimarsi.

La principale ragione per la quale fallisci nel fare ciò di cui avresti bisogno, dunque, è l'abitudine a stare nel problema mentre esso cresce.

Non agire, e non tentare di agire, è il miglior modo per evitare fallimenti.

Questa è la trappola.

Ma è un'illusione: evitare rischi non vuol dire paralizzarsi.

Anzi, per evitare rischi devi agire per tempo, altrimenti il "campanello" suonerà quando è troppo tardi.

Per abbassare il livello d'allarme:

  1. elenca i tuoi obiettivi
  2. per ogni obiettivo, stabilisci la prima azione da compiere
  3. per ogni azione scrivi OGNI GIORNO le conseguenze negative che comporterà il NON COMPIERE quelle azioni
  4. per ogni conseguenza negativa scrivi COME TI SENTI per aver provocato quella conseguenza
Per agire, hai bisogno a volte di sentire il "campanello" trillarti nelle orecchie con forza.

Come funziona il tuo "campanello d'allarme"? Riesci a capire quando stai scivolando nell'abitudine? Condividi i tuoi pensieri con un commento.

2 commenti:

  1. Abitudine? Deve essere soltanto quella per cui lasciamo l'automobile nello stesso parcheggio(se possibile) oppure attraversiamo gli scaffali dei supermercati sempre nello stesso senso di marcia. Abitudine deve essere soltanto quella azione svolta in modo categorico per non affaticare la mente, quando ciò si propaga oltre ciò, è LIMITANTE, si toglie spazio alla crescita personale. Da evitare. R. Bocci.

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  2. Grazie, Rovena.
    Per conto mio, dato che amo fare passeggiate, mi diverte anche cambiare soltanto il marciapiede, per vedere com'è il mondo dall'altra parte...

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