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lunedì 17 gennaio 2011

Cervello vs. mente: dov'è la verità?

La mente è diversa dal cervello, almeno quanto la psicologia lo è dalla biologia.

Sebbene i processi mentali siano associati ad altri processi di natura neurologica e biochimica, negli ultimi anni si è diffusa la tendenza a presentare, tramite i mass media, l'associazione tra i due sistemi come correlata da un rapporto di causalità - in cui i cambiamenti biochimici causano esperienze psicologiche - o come una identità assoluta, in cui mente e cervello sono in realtà la stessa cosa.

La crescita e la diffusione delle misurazioni psicofisiologiche come la risonanza magnetica funzionale, la tomografia ad emissione di positroni, l'elettroencefalografia, la magnetoencefalografia o il neuroimaging funzionale ci ha quasi abituati a sentir dire che l'aspetto biologico determina - o comunque sovrasta - gli eventi psicologici.

Per esempio, nei telegiornali, quando si citano casi di reati o fatti incresciosi commessi da persone con diagnosi psichiatrica ci si riferisce a loro come portatori di "malattie" chiamate depressione o schizofrenia.

Non ascoltiamo però mai l'altra campana, quella di chi con le persone che sarebbero affette da queste presunte "malattie" ci lavora ogni giorno per migliorarne la condizione, quella di chi scopre che spesso sono i condizionamenti ambientali e sociali a bloccare il "funzionamento" della persona, che inspiegabilmente migliora o "guarisce" proprio grazie alle modifiche nelle condizioni di vita, e non certo della chimica del cervello.

Naturalmente non ho intenzione di fare una "crociata" contro la psichiatria, i farmaci, le strutture di accoglienza e quant'altro perché non è quello il problema.

La questione è la correttezza dell'informazione: quando la voce del giornalista al tg associa le parole malattia e depressione commette un errore scientifico, esattamente come quando ci dicono di aver scoperto il gene che causa o fornisce una determinata caratteristica all'essere umano.

Si tratta di un errore perché in realtà non siamo ancora arrivati né a stabilire una associazione così stretta tra processi biochimici ed eventi psicologici né tantomeno a stabilire se sia nato prima l'uovo o la gallina, cosa che non scopriremo probabilmente mai, come non sapremo mai come sia nato questo universo.

Eppure le risposte certe degli scienziati in merito al rapporto tra mente e cervello sono state date: certo, non sono così affascinanti come quelle sbandierate dai tg, non sono così filo-farmacologiche, non ci permettono di situare il problema nel presunto "malato", anzi, ci fanno sospettare che spesso questo "malato" potrebbe essere vittima di un gioco troppo complesso e perverso.

Cosa dice dunque la scienza attuale?

La correlazione non è causalità
Potrebbe benissimo darsi che gli eventi psicologici causino i processi biochimici.

L'evento biologico è concomitante a quello psicologico, ma i sintomi o le manifestazioni come il pensiero, il prendere decisioni, risolvere problemi e altre funzioni o disfunzioni del genere sono prettamente psicologici e non ha senso leggerli da un punto di vista biochimico.

Non essendo dimostrata la causalità, affermare che gli eventi psicologici non sono altro che stati cerebrali, o che il cervello è la sede della nostra guida è anche un errore logico, in senso filosofico e scientifico.

Se le procedure di indagine suddette mostrano alterazioni biochimiche concomitanti ad eventi psicologici, tuttavia ciò non dimostra che le une causino gli altri, potrebbe benissimo essere il contrario.

Per esempio, le ricerche hanno dimostrato come dopo certe forme di esercizio fisico sia possibile registrare alterazioni cerebrali rispetto allo stato di partenza.

Inoltre, gli stessi strumenti citati prima sono serviti a dimostrare che anche gli interventi psicoterapeutici provocano analoghe alterazioni.

Nessuna corrispondenza specifica
Anzi, il rapporto tra le zone del cervello e la vita psichica sembra estremamente più complesso di una semplice corrispondenza biunivoca.

Per esempio, l'attivazione dell'amigdala si ha nelle madri che guardano anche solo la foto dei propri figli - riattivando un comportamento protettivo ed empatico - come nei fidanzati che hanno appena visto la propria partner salutare il suo ex, secondo un pattern di aggressività sessuale.

Sembra esserci un infinito set di potenziali collegamenti neurali, capaci di attivarsi e configurarsi in modo diverso a seconda delle situazioni, rendendo impossibile costruire uno schema semplicistico in cui allo stato biochimico A corrisponde sempre e comunque un evento psicologico B.

Biologico non vuol dire innato
Questo è uno degli errori più diffusi, in realtà la maggior parte dei nostri comportamenti sono appresi e tuttavia sono concomitanti a modifiche biochimiche del cervello.

La gente tende a credere maggiormente alle spiegazioni che fanno ricorso al linguaggio medico-scientifico perché appaiono più "maneggevoli" e concrete, quasi tangibili, esattamente come lo stesso Freud usava metafore meccanicistiche per spiegare qualcosa che in realtà poteva solo supporre, o i cognitivisti si servivano del paragone tra mente e computer.

Per converso, i grandi risultati dell'antipsichiatria e degli approcci umanistico-esistenziali fanno largo uso del linguaggio filosofico della fenomenologia, e per questo risultano più ostici alle persone non esperte.

Le persone vengono attratte più facilmente da messaggi semplificati, e questo ci può stare, tanto che l'approccio psicoterapeutico sistemico-relazionale e le sue propaggini strategiche hanno rinunciato del tutto a spiegare ai clienti perché stanno male, limitandosi a indurre in loro comportamenti "correttivi" per metterli di fronte al fatto compiuto.

Resta il fatto che i fenomeni psicologici richiedono spiegazioni psicologiche, e la biologia può solo arricchire queste spiegazioni, non sostituirle.

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