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giovedì 1 aprile 2010

Linguaggio non verbale: silenzio, parla il corpo!


In un recente spot pubblicitario di un farmaco da bancone, il testimonial alla fine dice che il medicinale potrebbe avere effetti collaterali indesiderati, una cosa non proprio divertente, ma mentre parla sfoggia un sorriso deciso da top manager e accentua con fare assertivo il minaccioso messaggio.

A parole dice una cosa, ma con il corpo e con la voce la contraddice.

Ora, è vero che il foglietto delle indicazioni di un medicinale si chiama bugiardino, però non avrebbero dovuto prenderlo alla lettera...

Da un simile filmato ci si rende conto di quanto il linguaggio verbale e non verbale siano intrecciati nei messaggi che ci mandiamo, l'uno sostiene l'altro e appena uno dei due cade in fallo ecco che il messaggio "stona" e noi sentiamo qualcosa che non quadra.

Il linguaggio non verbale addirittura è protagonista di una serie televisiva di successo, Lie to me, in cui gli agenti di un'agenzia investigativa scoprono verità e falsità degli indagati analizzando il loro comportamento in termini di prossemica, cinesica e semiotica e pare che gli autori si siano ispirati al lavoro di Paul Ekman, lo psicologo "inventore" del FACS, il Sistema di Codifica delle Espressioni Facciali.


Ma esiste davvero un linguaggio del corpo?


Di certo esiste una comunicazione che passa per il corpo, però è anche vero che molte cose che facciamo con il corpo mentre comunichiamo non basterebbero a definirsi come linguaggio, ossia come un insieme di segni che stanno in una certa relazione tra loro e col mondo esterno.

Ma ha senso "staccare" quei gesti, quelle inflessioni vocali, quegli atteggiamenti con i quali coloriamo i nostri messaggi e classificarli, elencarli in un sistema, o pubblicarli in un libro che afferma di insegnarci a scoprire se gli altri sono sinceri, che carattere hanno e se stanno facendo pensieri erotici su di noi?

Se quello del corpo fosse un vero linguaggio allora la comunicazione potrebbe avvenire senza parole, ma così non è.

Per comunicare, inoltre, emittente e destinatario dovrebbero condividere lo stesso codice, perciò a ogni gesto dell'emittente dovrebbe corrispondere un significato univoco e il destinatario dovrebbe esserne al corrente.

Questo è il sogno che vendono certi libri sul linguaggio del corpo.

E in questo tentativo c'è un errore logico madornale.

Noi comunichiamo con il modulo digitale e analogico.

Le parole sono la parte digitale del nostro modo di comunicare, per ognuna abbiamo associato un significato più o meno unico, un pezzetto di realtà o un'astrazione condivisa.

Ma nessuno di noi pronuncia le parole in modo asettico: l'inflessione vocale, la durata del suono, il volume che diamo, il modo di articolare conferiscono una sfumatura di significato a ogni parola fino a renderla davvero unica.

Se poi aggiungiamo l'espressione del viso, la gestualità, la distanza corporea ecco che il messaggio si completa di quella componente analogica essenziale.

Mentre le parole - digitali - hanno un valore fisso, le coloriture - analogiche - sono variabili: ognuno di noi "regola" il livello di tutti i parametri per ottenere proprio l'effetto desiderato.

Quando in un sistema di classificazione o in un manuale sul linguaggio non verbale si prende uno di questi elementi non verbali e si dice che significa esattamente questo si commette l'errore di trasformare un elemento analogico - basato su una certa quantità variabile di intenzioni, emozioni, sentimenti, energia ecc. - in un elemento digitale - dotato cioè di un valore distintivo inconfondibile.

Non è così, sarebbe divertente se lo fosse, le donne non potrebbero più toccarsi i capelli mentre parlano perché vorrebbe dire inequivocabilmente che sono attratte dal loro interlocutore e gli uomini non potrebbero più sollevare le punte dei piedi perché sarebbe come mostrare a tutti la loro eccitazione e altre amenità del genere...

Tra la miriade di gesti ed espressioni sottoposte a simili analisi ce ne saranno tanti che hanno poi subito una complessa evoluzione e sono stati adattati dagli esseri umani ad altri usi diversi da quelli di partenza.

Un gesto nato come risposta riflessa può trasformarsi in abitudine e le sue innumerevoli ripetizioni lo tramutano in automatismo tramandato per via genetica.

Si pensi al sorriso, un gesto che somiglia tanto al modo aggressivo di certi animali quando giocano: il finto assalto, i morsi trattenuti sono un modo per dire potrei farti male ma non voglio e non ho altro modo per fartelo capire.

Perché il linguaggio non verbale non possiede negazioni: con il corpo possiamo dire no - diniego - ma non possiamo dire che qualcosa non è - negazione - .

Allora il cane attacca l'altro cane ma non porta a compimento l'aggressione: questo è il suo modo di negare.

Così noi nel sorriso mostriamo i denti, annunciando un morso che non daremo perché non vogliamo fare del male.

Come questo sia diventato un segno - convenzionale o spontaneo - di benevolenza lo sanno solo i nostri geni.

E ora, per chi volesse diventare un membro del Lightman Group del telefilm di cui sopra, consiglio di visitare Telenor loves body language e divertirsi a far assumere le più incredibili pose ed espressioni alla protagonista.

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