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giovedì 29 marzo 2012

Quando finisce la terapia?

Chiunque si trovi nel mezzo di un percorso terapeutico si chiede a ragione: come faccio a sapere quando è finito?

Si tratta di un'ottima domanda, per la quale non c'è alcuna risposta obiettiva e materialmente dimostrabile: non è una scatola di compresse prescritte dal medico o un mese e mezzo per far ricalcificare una frattura.

Quantificare non è possibile.

Ci sono però alcuni elementi che possono caratterizzare la fine di un'esperienza psicoterapeutica, perciò prenderli in rassegna può essere utile sia a chi è in procinto di cominciare un'avventura sul lettino, sia a chi la sta già vivendo, sia a chi l'ha conclusa ma ancora si chiede che cosa realmente sia successo.



Ho raggiunto l'obiettivo?
Questa domanda può essere utile a capire a che punto siamo nel nostro percorso terapeutico, se tuttavia uno o più obiettivi sono stati formulati in maniera abbastanza chiara.

Gli obiettivi, però, sono come i disagi psicologici: spesso dietro a quelli immediati se ne celano altri più profondi.

Quasi tutte le psicoterapie riescono ormai in pochi mesi a ridurre di molto la sintomatologia di un disturbo, anche se invalidante.

Così, chi soffre di attacchi di panico o di compulsioni riesce in un tempo relativamente breve a liberarsene, e può pensare di aver raggiunto l'obiettivo prefissato, ossia uscire dal sintomo.

Ma è sufficiente questo per dire di avercela fatta?

Spesso, il miglioramento iniziale dipende dall'aver trovato un contesto protetto nel quale poter parlare del problema senza vergogna, dall'aver iniziato a capire quanta parte di responsabilità personale c'è nel problema stesso, e in qualche concreta manovra comunicativa e relazionale suggerita dal terapeuta, capace di migliorare subito la qualità della vita.

Tutto ciò non è comunque sufficiente per risolvere le fragilità sottostanti al problema iniziale, anzi, quasi sempre il lavoro di questa prima fase non fa altro che "stappare" il problema vero: è chiaro che per la decompressione il cliente stia subito meglio, ma poi bisogna lavorare al rafforzamento della sua sicurezza.

Se l'obiettivo è avere una comprensione più profonda di sé stessi, il superamento del sintomo è solo una chimera alla quale non dare troppo credito.

Ho un terapeuta valido?
Domanda delicata, importante ma non facile da inquadrare, perché verrebbe da chiedersi con quali strumenti un cliente possa giudicare il proprio terapeuta e fino a che punto.

La frustrazione del cliente all'interno del contesto terapeutico può senz'altro dipendere dal tipo di terapia, perché non tutti gli approcci sono validi in ogni situazione.

Può anche darsi che qualcosa non funzioni nella relazione con il terapeuta in persona, perché nella psicoterapia lo scambio presuppone la messa in gioco personale di entrambe le parti, con tutto ciò che questo scambio comporta.

Sicuramente, infine, ci saranno terapeuti più capaci di altri, e se questa scarsa capacità si manifesta attraverso contraddizioni, incertezze, mancanza di sicurezza nei confronti del cliente, questi se ne accorgerà all'istante.

Non dimentichiamo il risvolto della medaglia, ossia gli "eterni" clienti il cui unico scopo sembra quello di passare da un terapeuta all'altro solo per dimostrare la loro inefficacia.

Sono capace di fare quello che devo?
Il terapeuta non può realmente fare qualcosa per il cliente.

La responsabilità della concretizzazione del processo è comunque nelle mani del cliente, al quale il terapeuta al massimo apre le porte della percezione.

Il processo terapeutico è intenso e molto potente.

Quando una persona vede i suoi sintomi alleviarsi sente subito un alleggerimento della tensione e sperimenta benessere.

Se però continua la terapia, può incominciare a percepire nuovi tipi di tensione.

Succede perché il processo terapeutico scende più in profondo, facendo emergere sentimenti sgradevoli, smascherando le dipendenze mentali del cliente, rivelandogli la sua nascosta infelicità.

Ogni dettaglio svelato comporta uno sforzo di accettazione di sé e di rielaborazione personale, da parte del cliente, e se questi ha fretta di lasciare il processo, il disagio verso queste sensazioni sarà maggiore.

Lo shock più grande per il cliente è la scoperta di aver agito senza la consapevolezza sulle origini e le motivazioni dei suoi comportamenti passati e del suo modo di essere.

Parte del successo della terapia sta nel mettere in grado il cliente di pensare pensieri veri, radicati nel presente, ed evitare risposte automatiche, apprese, senza rinnegare i propri sentimenti ma diventando capace di tollerarli, per consentirgli di fare scelte e raggiungere l'intimità personale con gli altri.

Lo sconforto, la frustrazione, l'irritabilità, la tristezza, la rabbia, e tutti questi segnali di disagio che quasi sempre seguono la luna di miele iniziale con il terapeuta, sono una preziosa indicazione: il vero problema è pronto per essere esplorato e risolto.

Perché abbandonare proprio sul più bello?

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