Qual è il contrario di litigare?
Soprattutto nelle relazioni significative, dove c'entra l'amore, l'amicizia, la convivenza, la parentela, la condivisione professionale, tutte situazioni ricche di occasioni per beccarsi, in che direzione andare per evitare il conflitto e trovare l'equilibrio?
Il buon senso, non sempre buono, direbbe di concentrarsi sulla generosità, sull'altruismo, sul volere il bene dell'altro.
Ma funziona davvero?
Lo farebbe se fosse incondizionato, però quasi sempre questa generosità, questo altruismo e questo volere il bene altrui si intendono implicitamente reciproci.
E se una cosa è reciproca per condizione allora non è più incondizionata.
In pratica, è un baratto, e un baratto - come qualsiasi transazione economica - comporta il controllo ossessivo del corrispettivo: se io ti do tanto, anche tu dovrai darmi altrettanto, e se non lo fai apriti Cielo!
Il battibecco nella relazione emerge in sostanza quando uno dei due si sente frustrato o ha delle aspettative.
Invece di fare una chiara richiesta sul modello del faresti questo? si vagheggia che l'altro ci legga nel pensiero e lo faccia, per di più senza avere nulla in cambio.
Torniamo ai contrari, e partiamo proprio dal voler bene e dalla generosità.
Sull'altro lato della medaglia dovremmo trovare odio e avarizia.
Ed è chiaro che stare sul lato buono è meglio, ma neppure è possibile forzare la propria pancia a non torcersi quando non sentiamo equità nello scambio naturale del dare e avere.
Il dare e avere della vita e delle relazioni però non è esattamente la stessa cosa di quello delle relazioni economiche pure e semplici.
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domenica 28 settembre 2014
domenica 6 aprile 2014
Apostasia di un comunicatore consapevole
L'isola di Wight
Avrei potuto dire utopia, o terra promessa, paradiso perduto.
Quei luoghi o quei mondi più o meno possibili che abbiamo agognato durante la nostra formazione e la nostra crescita.
In campo psicologico, sicuramente per me l'universo dell'approccio umanistico, e della psicologia centrata sulla persona sono stati la mia isola di Wight, un'isola sulla quale non posso dire di non essere approdato, ma che si è mostrata piuttosto diversa da come le carte mi indicavano.
Durante il mio apprendistato rogersiano, fui molto colpito dal lavoro di Thomas Gordon con le sue dritte su come essere efficaci, insegnanti efficaci, genitori efficaci, quel-che-ti-pare-efficaci, tanto da essere preso in giro da un collega che si occupava di fotocopiarmi i testi e che mi chiedeva ironicamente se fossi interessato a un libro sui fotocopiatori efficaci e giù di lì.
Gordon, come Carkhuff, fa parte della generazione successiva a quella di Rogers, e tra la prima e la seconda ci passa la stessa differenza che c'è tra Socrate e Platone, o tra Gesù e San Paolo, tanto per capirci senza troppi fronzoli.
Apprezzabili sia i primi che i secondi, per diversi motivi, ma molto, troppo diversi.
Una psicologia, quella post-rogersiana, che in Italia è arrivata con quindici-vent'anni di distanza rispetto agli Stati Uniti, e che appunto al suo arrivo da noi raggiunse il suo massimo picco, nei suoi aspetti positivi, cioè il suo carattere popolare e pratico, e nelle sue pecche, cioè l'eccesso di sentimentalismo e di difficoltà nel metterla in atto.
Uno dei capisaldi del sistema di Gordon è quella tecnica tristemente tradotta in italiano con la definizione di io messaggio (questo perché nella nostra lingua messaggio è sia il nome che la prima persona singolare dell'indicativo presente di messaggiare, sebbene quest'ultimo sia un neologismo dell'era del cellulare): non si dovrebbe dire ti spiacerebbe portare fuori la spazzatura, ma bisognerebbe prendersi la responsabilità delle proprie preferenze e dire invece mi piacerebbe che tu portassi fuori la spazzatura.
Sto calcando la mano e le cose non sono mai così nette.
Ma che molti conoscitori di Rogers e Gordon ne abbiano approfittato per arrivare a simili assurdità è un dato di fatto.
E magari il problema fosse solo la spazzatura, per la quale basterebbe segnare su un foglio i turni di trasporto.
Diverso è quando si tratta di scegliere tra il dire tu sei egoista e il dire mi sento messo da parte.
L'assunto di base è che noi non possediamo un'autorità scientifica per poter dire a qualcuno se sia o meno egoista, possiamo essere sicuri solo di ciò che sentiamo, e questa è la sola cosa sulla quale poter accampare una certa autorità.
I più scaltri hanno colto sin dal primo momento la magagna dell'io messaggio, con battute del tipo io sento che tu sei egoista, come se l'io sento di partenza costituisse un viatico per dire tutto.
Insomma, l'io messaggio fa presto a diventare una scorciatoia, conscia o inconsapevole.
Il punto è allora duplice: perché cerchiamo delle formule per comunicare efficacemente, e se esse funzionino davvero del tutto o invece celino delle magagne.
Per scoprire delle possibili risposte, dobbiamo fare qualche passo nella natura intricata e affascinante del linguaggio verbale.
sabato 5 aprile 2014
Manuale di gestione (retorica) dei conflitti
L'essere umano è davvero la creatura più evoluta del pianeta.
Talmente evoluta da riuscire a fare due cose, importantissime per la stessa sopravvivenza.
La prima è intercettare le fesserie dei propri simili.
Crescendo, tutti noi sviluppiamo questa sorta di radar in grado di riconoscere bugie, mezze frasi, tentativi di manipolazione.
Lo costruiamo man mano, lo perfezioniamo col tempo, lo portiamo alla massima efficacia.
Ma non tutti riescono a conservarlo,
Perché l'essere umano ha anche bisogno di relazioni.
Di stare con gli altri, e con alcuni di essi starci molto tempo e molto vicino.
Così, la probabilità che il radar intercetti le fesserie di questi altri, vicini e lontani, è alta.
E qui entra in gioco la seconda cosa importantissima per la nostra sopravvivenza.
Col tempo, infatti, impariamo anche ad allontanare da noi tutto ciò che possa farci dubitare di noi stessi, della nostra integrità, che possa mettere a rischio la nostra autostima.
Compresi i radar dei nostri simili, quando intercettano le fesserie che ci servono per non metterci in discussione.
Perciò, utilizziamo tutti gli stratagemmi che il linguaggio e la retorica ci offrono pur di mettere in dubbio il radar degli altri, e allontanare ogni dubbio da noi.
Per questo i radar di alcune persone si danneggiano, sotto i colpi retorici delle persone a loro legate, dei partner, degli amici intimi, dei parenti stretti.
Chiedere gli uni agli altri di smantellare il proprio radar anti-fesserie in nome della reciproca amicizia, parentela, amore e qualsiasi altra sfumatura sentimentale finisce per negare quegli stessi sentimenti.
Se c'è una cosa che la specie umana ha sviluppato al massimo grado, è la capacità di indurre l'altro a dubitare delle proprie posizioni, e l'ha sviluppata tramite una serie di tecniche ben precise.
Alcune di esse sono indipendenti dal contenuto delle conversazioni umane, si possono usare come attrezzi buoni per tutti gli usi.
Altre sono invece più complesse e sopraffine, non si limitano a rispondere alle eventuali critiche ricevute dal radar del nostro interlocutore, ma vanno a ristrutturare il rapporto stesso, ci servono per metterci al di sopra e al di fuori del gioco, della discussione, della relazione stessa, se è il caso, come a dire solo un perdente potrebbe vedere quello che ci stiamo dicendo come una partita in cui uno vince e l'altro perde, e poiché io non lo sto facendo, è evidente che lo stai facendo tu e che quindi hai perso.
Purtroppo sono anche molto efficaci, perché mimano l'autenticità.
Forse ci sono anche situazioni nelle quali potrebbe essere lecito usarle.
Se però diventano un formulario stabile, un manuale di gestione retorica dei conflitti, vuol dire che non riusciamo più a sopportare neanche per un minuto la possibilità di essere in errore.
Cioè di farci carico dell'errore e cambiare in meglio.
Talmente evoluta da riuscire a fare due cose, importantissime per la stessa sopravvivenza.
La prima è intercettare le fesserie dei propri simili.
Crescendo, tutti noi sviluppiamo questa sorta di radar in grado di riconoscere bugie, mezze frasi, tentativi di manipolazione.
Lo costruiamo man mano, lo perfezioniamo col tempo, lo portiamo alla massima efficacia.
Ma non tutti riescono a conservarlo,
Perché l'essere umano ha anche bisogno di relazioni.
Di stare con gli altri, e con alcuni di essi starci molto tempo e molto vicino.
Così, la probabilità che il radar intercetti le fesserie di questi altri, vicini e lontani, è alta.
E qui entra in gioco la seconda cosa importantissima per la nostra sopravvivenza.
Col tempo, infatti, impariamo anche ad allontanare da noi tutto ciò che possa farci dubitare di noi stessi, della nostra integrità, che possa mettere a rischio la nostra autostima.
Compresi i radar dei nostri simili, quando intercettano le fesserie che ci servono per non metterci in discussione.
Perciò, utilizziamo tutti gli stratagemmi che il linguaggio e la retorica ci offrono pur di mettere in dubbio il radar degli altri, e allontanare ogni dubbio da noi.
Per questo i radar di alcune persone si danneggiano, sotto i colpi retorici delle persone a loro legate, dei partner, degli amici intimi, dei parenti stretti.
Chiedere gli uni agli altri di smantellare il proprio radar anti-fesserie in nome della reciproca amicizia, parentela, amore e qualsiasi altra sfumatura sentimentale finisce per negare quegli stessi sentimenti.
Se c'è una cosa che la specie umana ha sviluppato al massimo grado, è la capacità di indurre l'altro a dubitare delle proprie posizioni, e l'ha sviluppata tramite una serie di tecniche ben precise.
Alcune di esse sono indipendenti dal contenuto delle conversazioni umane, si possono usare come attrezzi buoni per tutti gli usi.
Altre sono invece più complesse e sopraffine, non si limitano a rispondere alle eventuali critiche ricevute dal radar del nostro interlocutore, ma vanno a ristrutturare il rapporto stesso, ci servono per metterci al di sopra e al di fuori del gioco, della discussione, della relazione stessa, se è il caso, come a dire solo un perdente potrebbe vedere quello che ci stiamo dicendo come una partita in cui uno vince e l'altro perde, e poiché io non lo sto facendo, è evidente che lo stai facendo tu e che quindi hai perso.
Purtroppo sono anche molto efficaci, perché mimano l'autenticità.
Forse ci sono anche situazioni nelle quali potrebbe essere lecito usarle.
Se però diventano un formulario stabile, un manuale di gestione retorica dei conflitti, vuol dire che non riusciamo più a sopportare neanche per un minuto la possibilità di essere in errore.
Cioè di farci carico dell'errore e cambiare in meglio.
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venerdì 23 agosto 2013
A che punto sono le tue relazioni? Cinque domande per scoprirlo
Che cos'è che minaccia più spesso la tua calma e la tua felicità?
Nove volte su dieci, la radice dell'irrequietezza, dello stress e della mancanza di serenità si annida nelle relazioni.
Tra figli che fanno impazzire, genitori troppo oppressivi, superiori arroganti, partners egoisti e amici che scompaiono per troppo tempo, ce n'è abbastanza per sentirsi frustrati, arrabbiati, sempre sul piede di guerra.
E se ne parli ti senti anche dire che è normale non poter evitare incomprensioni, disaccordi e sentimenti di sconforto quando si ha a che fare con le altre persone che gravitano nella nostra vita.
Ma normale non è l'aggettivo giusto, perché ciò che percepiamo non è affatto un senso di normalità, bensì di fortissima anomalia.
Che poi le difficoltà relazionali facciano parte di ogni esperienza di vita è una considerazione sì accettabile, in quanto razionale, ma per nulla consolante.
Quando abbiamo un problema con una persona cara o vicina, spesso la prima reazione è attribuirle la colpa del problema.
Gli altri sarebbero responsabili dei nostri sentimenti e delle nostre reazioni.
Il loro cattivo modo di porsi ha fatto scattare in noi questo senso di tragedia.
In realtà, a ognuno di noi è dato pieno potere di governare la salute di ogni relazione, e ci si può prendere carico del rapporto anche in maniera unilaterale, come spesso accade quando accettiamo con pazienza che l'altra persona a noi cara, magari in un momento difficile, si comporti con noi con poco riguardo e ci passiamo sopra, anzi, l'aiutiamo a venirne fuori.
Però il tema delle relazioni è ineludibile, perché dal loro stato dipende la nostra felicità a lungo termine.
Il nostro primo interesse è attivarci per tenere in buona vita i nostri rapporti, cominciando da noi stessi e senza aspettare dall'altra persona cambiamenti che non possiamo imporre né decidere dall'esterno.
Il bello è che le relazioni sono contagiose, e se uno dei due membri attua un cambiamento, immediatamente esso si riverbera sull'altro.
Il segreto è contagiarsi a vicenda con costruttività.
Naturalmente, a nessuno viene in mente di lavorare alla relazione quando tutto fila liscio.
L'allarme scatta al sorgere di ogni minimo conflitto.
E lì le prime reazioni automatiche possono essere fatali.
Ma quali sono i possibili problemi all'interno di una relazione umana?
Nove volte su dieci, la radice dell'irrequietezza, dello stress e della mancanza di serenità si annida nelle relazioni.
Tra figli che fanno impazzire, genitori troppo oppressivi, superiori arroganti, partners egoisti e amici che scompaiono per troppo tempo, ce n'è abbastanza per sentirsi frustrati, arrabbiati, sempre sul piede di guerra.
E se ne parli ti senti anche dire che è normale non poter evitare incomprensioni, disaccordi e sentimenti di sconforto quando si ha a che fare con le altre persone che gravitano nella nostra vita.
Ma normale non è l'aggettivo giusto, perché ciò che percepiamo non è affatto un senso di normalità, bensì di fortissima anomalia.
Che poi le difficoltà relazionali facciano parte di ogni esperienza di vita è una considerazione sì accettabile, in quanto razionale, ma per nulla consolante.
Quando abbiamo un problema con una persona cara o vicina, spesso la prima reazione è attribuirle la colpa del problema.
Gli altri sarebbero responsabili dei nostri sentimenti e delle nostre reazioni.
Il loro cattivo modo di porsi ha fatto scattare in noi questo senso di tragedia.
In realtà, a ognuno di noi è dato pieno potere di governare la salute di ogni relazione, e ci si può prendere carico del rapporto anche in maniera unilaterale, come spesso accade quando accettiamo con pazienza che l'altra persona a noi cara, magari in un momento difficile, si comporti con noi con poco riguardo e ci passiamo sopra, anzi, l'aiutiamo a venirne fuori.
Però il tema delle relazioni è ineludibile, perché dal loro stato dipende la nostra felicità a lungo termine.
Il nostro primo interesse è attivarci per tenere in buona vita i nostri rapporti, cominciando da noi stessi e senza aspettare dall'altra persona cambiamenti che non possiamo imporre né decidere dall'esterno.
Il bello è che le relazioni sono contagiose, e se uno dei due membri attua un cambiamento, immediatamente esso si riverbera sull'altro.
Il segreto è contagiarsi a vicenda con costruttività.
Naturalmente, a nessuno viene in mente di lavorare alla relazione quando tutto fila liscio.
L'allarme scatta al sorgere di ogni minimo conflitto.
E lì le prime reazioni automatiche possono essere fatali.
Ma quali sono i possibili problemi all'interno di una relazione umana?
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giovedì 3 gennaio 2013
Chi ha ragione? Guida alle controversie
Si può stabilire con certezza chi ha ragione e chi ha torto?
Sento che ti vengono in mente miriadi di discussioni con familiari, amici, colleghi e sconosciuti, sui più svariati argomenti, a colpi di secondo me e che spesso si sono concluse facendoti gridare all'ottusità del tuo contendente.
Quando poi le controversie su ciò che è giusto o è sbagliato, quindi sulla morale, si allargano contrapponendo fazioni, culture, popoli, il problema si complica non poco.
Dalle questioni più insignificanti, per esempio se sia giusto cambiare gli ingredienti di una ricetta tradizionale, a quelle molto più significative, come i dubbi su eutanasia e donazione degli organi - che spesso sfociano nelle contrapposizioni religiose - la nostra vita ci fornisce parecchie occasioni per imparare quanto sia difficile trovare la strada della ragione.
Inauguro il nuovo anno con questa piccola guida a non perdersi nell'illusione di stare dalla parte del giusto e di mettere gli altri in quello dello sbagliato.
Ma forse m'illudo anch'io di aver ragione nel pubblicare questo post...
Sento che ti vengono in mente miriadi di discussioni con familiari, amici, colleghi e sconosciuti, sui più svariati argomenti, a colpi di secondo me e che spesso si sono concluse facendoti gridare all'ottusità del tuo contendente.
Quando poi le controversie su ciò che è giusto o è sbagliato, quindi sulla morale, si allargano contrapponendo fazioni, culture, popoli, il problema si complica non poco.
Dalle questioni più insignificanti, per esempio se sia giusto cambiare gli ingredienti di una ricetta tradizionale, a quelle molto più significative, come i dubbi su eutanasia e donazione degli organi - che spesso sfociano nelle contrapposizioni religiose - la nostra vita ci fornisce parecchie occasioni per imparare quanto sia difficile trovare la strada della ragione.
Inauguro il nuovo anno con questa piccola guida a non perdersi nell'illusione di stare dalla parte del giusto e di mettere gli altri in quello dello sbagliato.
Ma forse m'illudo anch'io di aver ragione nel pubblicare questo post...
domenica 2 dicembre 2012
Quando litigare fa rima con amare
Ogni coppia si trova periodicamente a discutere: soldi, sessualità, educazione dei figli, gestione del tempo e così via.
Il problema, per molte di queste coppie dalla discussione facile, non è il confronto d'opinioni, ma il fatto che le discussioni si trasformano in litigi senza risolvere la questione di partenza.
Simili disaccordi assumono la forma di una spirale e girano a vuoto anche per ore e ore.
La coppia che litiga arriva quasi sempre a un nulla di fatto, un impasse che non riguarda più un argomento di convivenza ma coinvolge i sentimenti, l'immagine e la stima reciproca, le intenzioni dell'uno verso l'altro.
Insomma, l'amore tra i due.
In realtà, questo incidente non capita in maniera lineare, ma spesso con il colpo di scena.
Moltissime coppie discutono - nel senso che confrontano le proprie idee - e arrivano a un passo dalla soluzione, ma poi qualcosa va storto e la discussione si tramuta in litigio.
Così le parole si fanno più rabbiose, i contendenti si mettono sulla difensiva, e alla fine si allontanano, o meglio, uno dei due decide che con te non si può parlare.
Questo naturalmente apre il baratro dell'incomunicabilità, della mancanza di un senso di vicinanza e affiatamento e quindi della ricerca di altre soddisfazioni, adulterio compreso.
martedì 2 novembre 2010
Rispondere agli altri senza reagire
Che differenza c'è tra reagire e rispondere?
Il termine reazione è molto interessante.
Il prefisso re significa tornare a una condizione trascorsa, oppure ripetere un'azione precedente.
Reagire dunque vuol dire agire in base all'esperienza passata.
Noi tutti pensiamo che le reazioni emotive siano normali.
Ma reagire con l'emotività di fatto significa agire senza pensare.
Non osserviamo la realtà in modo chiaro.
Il nostro inconscio ha stabilito che c'è qualcosa di minaccioso e risponde basandosi sul passato.
Questo vuol dire che la reazione è orientata a proteggerci più che a trovare una soluzione a un problema.
Non esaminiamo ciò che sta accadendo nella realtà del momento, ma "rotoliamo" all'indietro in vecchi modi di essere, basati sulle nostre paure e insicurezze, che mettono in allarme la nostra mente e provocano la reazione.
Una risposta dell'inconscio a uno stimolo.
Un'altissima percentuale di tutto ciò che facciamo è determinata dal nostro inconscio, perciò è normale che in questi casi esso, trovando somiglianze tra ciò che sta accadendo nel presente e ciò che è accaduto nel passato, pensi che stia avvenendo di nuovo la stessa cosa, che c'è una minaccia potenziale, e ci induca a reagire.
La sua intenzione è positiva: vuole proteggerti da qualcosa che percepisce come un pericolo.
Ha deciso che non sei al sicuro e che devi agire.
Un flusso ormonale si propaga nel tuo corpo preparandoti alla lotta o alla fuga.
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martedì 17 agosto 2010
Piccoli ominidi crescono
Nel post precedente, La rabbia del cavernicolo, ho descritto il meccanismo primitivo alla base dei nostri risentimenti.
Vediamo ora se possiamo evolverci da cavernicoli a esseri sociali, come Aristotele predicava.
Non credo tu debba rifiutare i sentimenti negativi, quando si presentano.
Ma puoi di certo usare metodi responsabili nel trattare queste spiacevoli emozioni, per non rimanerne schiavi.
Per quanto difficile possa sembrare, le due chiavi per uscire dal risentimento sono la comprensione e il perdono.
I nostri impulsi spingono nella direzione opposta, ne fanno una questione di autodifesa e sopravvivenza.
Eppure la strada è quella.
La comprensione aiuta a sentire ciò che l'altra persona sta provando, ci fa approdare all'empatia.
Dall'empatia, il perdono riesce a sbocciare in modo spontaneo, tu non devi fare nulla perché accada.
Ma per la comprensione, puoi fare molto.
Innanzitutto, trovando un posto tranquillo dove raccoglierti.
Il semplice atto di cambiare luogo, di allontanarsi dallo spazio dello scontro con un'altra persona, ti fa uscire dal corpo del cavernicolo e ti fa vedere ciò che sta accadendo con più distacco.
E qual è la prima cosa che vedrai, in modo chiaro?
Che anche l'altra persona in realtà sta agendo mossa dal cavernicolo che ha preso il sopravvento.
In un certo senso, mentre sbraita o inveisce contro di te, ella non è padrona di sé.
I passi da seguire?
Eccoli.
Vediamo ora se possiamo evolverci da cavernicoli a esseri sociali, come Aristotele predicava.
Non credo tu debba rifiutare i sentimenti negativi, quando si presentano.
Ma puoi di certo usare metodi responsabili nel trattare queste spiacevoli emozioni, per non rimanerne schiavi.
Per quanto difficile possa sembrare, le due chiavi per uscire dal risentimento sono la comprensione e il perdono.
I nostri impulsi spingono nella direzione opposta, ne fanno una questione di autodifesa e sopravvivenza.
Eppure la strada è quella.
La comprensione aiuta a sentire ciò che l'altra persona sta provando, ci fa approdare all'empatia.
Dall'empatia, il perdono riesce a sbocciare in modo spontaneo, tu non devi fare nulla perché accada.
Ma per la comprensione, puoi fare molto.
Innanzitutto, trovando un posto tranquillo dove raccoglierti.
Il semplice atto di cambiare luogo, di allontanarsi dallo spazio dello scontro con un'altra persona, ti fa uscire dal corpo del cavernicolo e ti fa vedere ciò che sta accadendo con più distacco.
E qual è la prima cosa che vedrai, in modo chiaro?
Che anche l'altra persona in realtà sta agendo mossa dal cavernicolo che ha preso il sopravvento.
In un certo senso, mentre sbraita o inveisce contro di te, ella non è padrona di sé.
I passi da seguire?
Eccoli.
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martedì 10 agosto 2010
La rabbia del cavernicolo
Riesci a ricordare l'ultima volta che hai provato risentimento verso qualcuno?
Sentirsi maltrattati, rimproverati, o anche abbandonati e offesi è un evento rispetto al quale nessuno può dirsi immune, se non pagando un altissimo prezzo di depersonalizzazione.
Emozioni del genere possono arrivare da uno scambio con un amico, un parente, un collega, il partner, persino da sconosciuti.
Se ti è accaduto di recente, poi, il senso di ingiustizia, di sgradevolezza e di risentimento saranno ancora freschi, nella tua mente.
Sia che si tratti di sensazioni recenti che di ricordi penosi, ti interesserebbe forse sapere cosa puoi fare per superare tutto questo.
In un certo senso, non puoi.
E non sto dicendo che sia una condanna, per carità.
Intendo dire che la gamma della rabbia e delle sfumature emotive che ne derivano quando ci scontriamo con gli altri si innesca perché in noi è ancora vivo quel cavernicolo che siamo stati almeno trentacinquemila anni fa, a giudicare dai più antichi resti di homo sapiens.
Sì, viviamo nell'ipertecnologia (e anche nell'ipermercato, infatti sono appena tornato da un centro commerciale), mimiamo la telepatia servendoci di marchingegni elettronici, inseguiamo l'ubiquità grazie agli smartphone, alle webcam, ci sdoppiamo le vite con i dualsim, possiamo fare le pazzie più incredibili per somigliare a David Bowman di 2001 Odissea nello spazio, ma dopotutto ci portiamo in petto ancora quell'ominide che armato di osso è pronto a uccidere il suo simile in nome della sopravvivenza.
Ora, lui è dentro di te, di me, di ogni persona che incroci giorno dopo giorno.
Come un estraneo col quale devi convivere, è necessario, prima di educarlo, che tu comprenda bene quale articolato meccanismo si innesca in lui, che è del tutto incapace di distinguere tra la caverna e la villa a due piani (ma anche se vivi in un angusto condominio tranquillizzati, lui la differenza non la noterà, comunque!).
Se inizi a scavare nell'archeologia della tua mente, potrai trovare quel cavernicolo a cui mi riferisco, il cui unico obiettivo è evitare l'estinzione, che all'epoca non doveva essere una passeggiata, com'è oggi in quasi tutto il mondo industrializzato.
Se vuoi sapere dove lo trovi, basta che tu dica io e potrai addirittura sentirlo, mentre ti abita.
venerdì 16 luglio 2010
Persone negative: una valigetta con sette attrezzi
Una risposta negativa, una frase detta allo scopo di ferirci, una situazione fastidiosa.
In questi frangenti scatta in noi un naturale bisogno di proteggerci.
Ma lo facciamo nel modo meno redditizio, seguendo il vecchio adagio la miglior difesa è l'attacco.
Nulla di più sbagliato.
Certo, tra miliardi di persone su questa Terra, si può accettare l'inevitabilità dei conflitti.
Ma non sono i conflitti in sé a causare problemi, bensì le reazioni emotive che si innescano a volte in modo inconsapevole.
Cosa puoi fare per affrontare persone negative, attacchi e situazioni conflittuali senza dare spazio al peggio?
Emozioni e intelligenza non sono più due termini in contrasto da parecchio, ormai, con buona pace di Cartesio.
Se provi ad assumerti la responsabilità della risposta alla negatività, farai un favore alla tua salute, al tuo benessere mentale, e impedirai l'innesco di meccanismi velenosi.
In questi frangenti scatta in noi un naturale bisogno di proteggerci.
Ma lo facciamo nel modo meno redditizio, seguendo il vecchio adagio la miglior difesa è l'attacco.
Nulla di più sbagliato.
Certo, tra miliardi di persone su questa Terra, si può accettare l'inevitabilità dei conflitti.
Ma non sono i conflitti in sé a causare problemi, bensì le reazioni emotive che si innescano a volte in modo inconsapevole.
Cosa puoi fare per affrontare persone negative, attacchi e situazioni conflittuali senza dare spazio al peggio?
Emozioni e intelligenza non sono più due termini in contrasto da parecchio, ormai, con buona pace di Cartesio.
Se provi ad assumerti la responsabilità della risposta alla negatività, farai un favore alla tua salute, al tuo benessere mentale, e impedirai l'innesco di meccanismi velenosi.
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