Che ogni nostro pensiero, desiderio, gesto, abbia delle ricadute nel futuro - immediato o più lontano - è fuori di dubbio.
Ma che noi prestiamo davvero attenzione al fatto che la responsabilità di queste ricadute è sempre nostra è tutto da vedere.
Forse l'unico momento in cui davvero proviamo una consapevolezza solida delle conseguenze future è quando agiamo sotto l'azione dell'istinto di sopravvivenza e della paura.
Decenni di studi sul comportamento umano non sono riusciti a fare piena luce sulla difficoltà dell'uomo nel far andare a braccetto istinto e razionalità.
Anzi, gli studiosi si sono addirittura spartiti le discipline, così l'economia applicata al comportamento si è costruita partendo dall'idea di un uomo completamente razionale, mentre la piscologia nasce ufficialmente quando quel signore austriaco disse che in realtà noi non sappiamo mai che cosa facciamo e perché lo facciamo.
Così tutti abbiamo vissuto l'esperienza di pensare rapidamente e agire di conseguenza - rapidamente al punto da non definirlo nemmeno un pensare - accanto all'altra esperienza, quella di - provare a - meditare passo dopo passo, con lentezza, a che cosa ci conviene di più.
In genere, con la prima modalità di pensiero assolviamo ai desideri istintivi, di pancia; con il lento deliberare invece allunghiamo la prospettiva e cerchiamo di prendere decisioni a lungo termine.
Sapere che esistono questi due processi, e cercare di farli interagire sembra essere il tema principale di tutti i libri e i manuali che oggi puoi trovare in vendita, quelli che ti invitano a smettere di, o quelli che ti spronano a prendere la tua vita e... ma a ben vedere si tratta di un'interazione ardua, così questi stessi manuali finiscono per propendere ora verso un sonoro vaffa alla razionalità per esaltare l'istinto e liberarsi - ma da che? - e ora per mettere paletti alle intuizioni e passarle in processi meccanici di elaborazione per pensare - come? - e vivere meglio.
Se è così difficile far andare veramente di pari passo istinto e razionalità, forse è perché ci sfugge qualcosa.
Così, proviamo un attimo a mettere ordine tra tutti gli elementi in gioco, per vedere se ci riesce almeno di capire perché è così complicato.
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giovedì 30 luglio 2015
domenica 16 marzo 2014
La grande schiettezza
Ho ricevuto da un caro amico un audiomessaggio con la sua simpatica imitazione di Toni Servillo in La grande bellezza, e così ho colto la classica palla al balzo per pensarci un po' su...
Non è poi così strano se in un film così visionario e finto - nel senso del fingere poetico - si trovi invece uno dei discorsi più veri mai pronunciati da un attore nel cinema italiano.
Il film in questione è il neo oscar La grande bellezza di Sorrentino, l'attore è Toni Servillo nei panni di Jep Gambardella, e il discorso è quello rivolto all'amica Stefania, colpevole di essersi imprudentemente autodefinita donna con le palle, rompendo gli argini che impediscono alla verità di gettare ombre tragiche sulla vita delle persone.
Prima ancora dell'oscar, e molto più di altre scene, questo discorso ha gironzolato nel web e nei social, apparentemente perché dà voce e sfogo a ciò che era rimasto in pancia e in gola di molte persone, mai tanto coraggiose da fare una simile sciorinata a qualcuno, a un amico, al partner, ai parenti, al capo.
Tuttavia, Jep dice apertamente qualcosa di penetrante, prima di lanciarsi nella sua tenera invettiva: non ribattiamo perché ti vogliamo bene e non ti vogliamo mettere in imbarazzo [...] finiamo per parlare di vacuità, di sciocchezzuole, di pettegolezzi, proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di misurarci con le nostre meschinità.
domenica 28 ottobre 2012
Halloween: come ti vesti?
Madre, tua figlia è su di giri perché non vede l'ora di festeggiare Halloween e si tormenta nella ricerca del costume giusto da indossare?
Una situazione molto probabile, in questi giorni, se pensiamo che in ogni scuola di ogni ordine e grado si sta perlomeno parlando di Halloween se non addirittura producendo lavori scolastici su questa festa.
Dunque, bambine e ragazze pronte a mascherarsi in questa sorta di carnevale anticipato.
La domanda però non è come vestirle ma come esse vogliono vestirsi?
Se provi a digitare nei motori di ricerca costumi halloween ragazze comparirà una sfilza di immagini di costumi da streghe, mummie, vampire, diavole, zombies, ma anche poliziotte, infermiere, supereroine, follette e fatine.
Solo che ognuna di queste figure avrà come minimo cinquanta centimetri di cosce scoperte, se non addirittura scollature pronunciate, veli, guaine tipo seconda pelle e altri elementi marcatamente sessuali.
Certo, per gli studenti delle scuole secondarie questo è comprensibile, dato che in quel periodo si va a completare la maturazione sessuale.
Però viene da chiedersi che cosa sceglierebbero d'indossare le ragazzine avendo la possibilità di optare anche per abiti non così succinti.
A questa domanda ha provato a rispondere uno studio americano diretto da Christine R. Starr e Gail M. Ferguson, con un'indagine sulle bambole (dalla Barbie alle Bratz), i media e le influenze materne nella costruzione dell'identità sessuale.
Una situazione molto probabile, in questi giorni, se pensiamo che in ogni scuola di ogni ordine e grado si sta perlomeno parlando di Halloween se non addirittura producendo lavori scolastici su questa festa.
Dunque, bambine e ragazze pronte a mascherarsi in questa sorta di carnevale anticipato.
La domanda però non è come vestirle ma come esse vogliono vestirsi?
Se provi a digitare nei motori di ricerca costumi halloween ragazze comparirà una sfilza di immagini di costumi da streghe, mummie, vampire, diavole, zombies, ma anche poliziotte, infermiere, supereroine, follette e fatine.
Solo che ognuna di queste figure avrà come minimo cinquanta centimetri di cosce scoperte, se non addirittura scollature pronunciate, veli, guaine tipo seconda pelle e altri elementi marcatamente sessuali.
Certo, per gli studenti delle scuole secondarie questo è comprensibile, dato che in quel periodo si va a completare la maturazione sessuale.
Però viene da chiedersi che cosa sceglierebbero d'indossare le ragazzine avendo la possibilità di optare anche per abiti non così succinti.
A questa domanda ha provato a rispondere uno studio americano diretto da Christine R. Starr e Gail M. Ferguson, con un'indagine sulle bambole (dalla Barbie alle Bratz), i media e le influenze materne nella costruzione dell'identità sessuale.
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martedì 17 agosto 2010
Piccoli ominidi crescono
Nel post precedente, La rabbia del cavernicolo, ho descritto il meccanismo primitivo alla base dei nostri risentimenti.
Vediamo ora se possiamo evolverci da cavernicoli a esseri sociali, come Aristotele predicava.
Non credo tu debba rifiutare i sentimenti negativi, quando si presentano.
Ma puoi di certo usare metodi responsabili nel trattare queste spiacevoli emozioni, per non rimanerne schiavi.
Per quanto difficile possa sembrare, le due chiavi per uscire dal risentimento sono la comprensione e il perdono.
I nostri impulsi spingono nella direzione opposta, ne fanno una questione di autodifesa e sopravvivenza.
Eppure la strada è quella.
La comprensione aiuta a sentire ciò che l'altra persona sta provando, ci fa approdare all'empatia.
Dall'empatia, il perdono riesce a sbocciare in modo spontaneo, tu non devi fare nulla perché accada.
Ma per la comprensione, puoi fare molto.
Innanzitutto, trovando un posto tranquillo dove raccoglierti.
Il semplice atto di cambiare luogo, di allontanarsi dallo spazio dello scontro con un'altra persona, ti fa uscire dal corpo del cavernicolo e ti fa vedere ciò che sta accadendo con più distacco.
E qual è la prima cosa che vedrai, in modo chiaro?
Che anche l'altra persona in realtà sta agendo mossa dal cavernicolo che ha preso il sopravvento.
In un certo senso, mentre sbraita o inveisce contro di te, ella non è padrona di sé.
I passi da seguire?
Eccoli.
Vediamo ora se possiamo evolverci da cavernicoli a esseri sociali, come Aristotele predicava.
Non credo tu debba rifiutare i sentimenti negativi, quando si presentano.
Ma puoi di certo usare metodi responsabili nel trattare queste spiacevoli emozioni, per non rimanerne schiavi.
Per quanto difficile possa sembrare, le due chiavi per uscire dal risentimento sono la comprensione e il perdono.
I nostri impulsi spingono nella direzione opposta, ne fanno una questione di autodifesa e sopravvivenza.
Eppure la strada è quella.
La comprensione aiuta a sentire ciò che l'altra persona sta provando, ci fa approdare all'empatia.
Dall'empatia, il perdono riesce a sbocciare in modo spontaneo, tu non devi fare nulla perché accada.
Ma per la comprensione, puoi fare molto.
Innanzitutto, trovando un posto tranquillo dove raccoglierti.
Il semplice atto di cambiare luogo, di allontanarsi dallo spazio dello scontro con un'altra persona, ti fa uscire dal corpo del cavernicolo e ti fa vedere ciò che sta accadendo con più distacco.
E qual è la prima cosa che vedrai, in modo chiaro?
Che anche l'altra persona in realtà sta agendo mossa dal cavernicolo che ha preso il sopravvento.
In un certo senso, mentre sbraita o inveisce contro di te, ella non è padrona di sé.
I passi da seguire?
Eccoli.
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martedì 22 dicembre 2009
Il senso di colpa: una trappola da cui si può uscire

Il senso di colpa può essere inteso come la conseguenza del rimorso per aver compiuto azioni in contrasto con idee, pensieri, aspettative e responsabilità personali o legate agli altri.
Un senso di colpa smisurato può diventare causa di sofferenze notevoli e bloccare lo sviluppo personale.
Non è facile stabilire fino a che punto arrivino le nostre responsabilità, soprattutto quando coinvolgono in modo diretto o indiretto altri individui.
Tuttavia non c'è senso di colpa senza responsabilità verso qualcuno o qualcosa.
Distinguere ciò che spetta a noi da tutto ciò che dovrebbero invece fare gli altri è l'abilità fondamentale da acquisire per gestire i sensi di colpa.
A volte le persone significative della nostra vita avanzano richieste e noi ci sentiamo anche felici di esaudirle perché la loro approvazione è importante.
Quando le richieste di queste persone in realtà riguardano azioni, compiti, comportamenti che toccherebbe loro assumere - in una parola responsabilità - ci troviamo nella spiacevole situazione di scegliere se accontentarle e ricevere ancora le loro dimostrazioni di affetto - caricandoci però di un peso eccessivo che non ci spetta! - oppure di mantenere separate le rispettive responsabilità e rifiutare di accontentarle - esponendoci al rischio della loro disapprovazione! - e di certo non si tratta di una scelta facile.
Nessuno può rinunciare del tutto al riconoscimento degli altri ma le persone differiscono in base alla quantità e alla qualità di questo riconoscimento.
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