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sabato 11 ottobre 2014

Educare per uscire dalla violenza

L'episodio delle sevizie inferte con un compressore a un ragazzo in provincia di Napoli è terrificante, ma non voglio farmi paralizzare dall'orrore - che pure sento - perché è in questi casi che bisogna fare attenzione alle derive emotive della cronaca.

Simili storie rischiano di far puntare l'attenzione sulla sicurezza invece che sulla civiltà, e quando si ragiona a caldo su che cosa si può fare poi si finisce per pensare in maniera poliziesca all'aumento del controllo al posto di sforzarsi di immaginare come far crescere il livello culturale della convivenza civile.

Le relazioni sociali comunque sono spesso caratterizzate da transazioni crudeli, come prendere in giro, emarginare, sopraffare, spettegolare, fare gruppo contro le minoranze.

Nel mondo dei giovani, poi, queste disdicevoli pratiche fanno ancor più scalpore, sia perché il minore, l'adolescente o comunque il ragazzo che le subisce è palesemente più debole, sia perché questi meccanismi non avvengono soltanto nelle interazioni dal vivo, ma anche sui social network e persino nella modernissima comunicazione via cellulare, soprattutto con le nuove applicazioni per i messaggi.

Quando il più giovane soggiace alla crudeltà non è in pericolo solo il suo benessere e la tranquillità sociale, ma è a rischio anche la capacità di chi tutela ed educa i giovani di puntare all'obiettivo della loro crescita come cittadini, come membri di una cultura, col pericolo invece di appiattirsi sulla pura vigilanza e sul controllo delle condizioni di sicurezza.

lunedì 9 settembre 2013

Tutti a scuola: cinque riflessioni indispensabili per insegnare

Da questa settimana riaprono le scuole italiane, e tutti gli insegnanti sono chiamati a un compito titanico.

Nella crisi e nello smarrimento che caratterizzano i nostri giorni, tenere il timone delle classi di studenti richiede doti, capacità e attitudini che giustamente non possono appartenere a ogni persona in maniera indistinta.

Se è vero che il lavoro dell'insegnante è ormai sottostimato - anche in termini economici - e che chi insegna non è più quella porta sul mondo che in passato poteva addirittura affascinare gli studenti, e che oggi invece appare obsoleto poiché i ragazzi hanno accesso immediato all'informazione semplicemente tirando fuori i loro smartphone dalle tasche, è altrettanto vero che a volte gli insegnanti se la cercano.

Ecco alcune riflessioni, ora in veste di consiglio e altre di monito, comunque espresse con piena solidarietà e con l'augurio di essere artefici di un'esperienza significativa per tutti gli studenti.

domenica 30 ottobre 2011

Iperattività: che fare?

Innanzitutto, smettere di chiamarla così.

Il mare di scritti sul fenomeno iperattività è molto eloquente e non starò qui a ripetere che cos'è, come si manifesta, come intervenire, almeno non lo farò dicendo le solite cose (a proposito: Wikipedia serve solo come punto di partenza per farsi un'idea; inoltre, dice che non dà consigli medici, io invece do consigli educativi e me ne assumo la piena responsabilità).

Premetto: ho sulle spalle otto anni di lavoro diretto con questo fenomeno, tutto ciò che dirò è tratto dalla mia esperienza quotidiana.

Se dovessi riassumere in tre concetti la complessa sindrome chiamata frettolosamente iperattività potrei dire:

sabato 10 ottobre 2009

Pedagogia dalle due anime: istruzione o educazione?


La pedagogia è una scienza necessaria alla costruzione sociale sin dall'antichità: gli esseri umani sono portati per natura a occuparsi della crescita e dello sviluppo dei figli e non c'è genitore che, di fatto, non pratichi una pedagogia.

Nelle civiltà antiche, i cittadini si sentivano parte di un ordine superiore da preservare, per questo i loro insegnamenti miravano a conservare lo stato di cose e trasmettere ai giovani le "regole" per mantenerlo.

Come avviene questa trasmissione, non solo di saperi e conoscenze, ma soprattutto di usanze, consuetudini e valori?