Facciamo un gioco, un gioco in cui non si vince e non si perde, ma si esce più uniti, più consapevoli, più integrati.
Questo gioco ha a che fare con i dilemmi fondamentali del vivere, molto più che con i principi e i precetti morali.
Laddove i principi ti dicono che cosa dovresti fare e che cosa dovresti evitare, i dilemmi ti fanno dubitare che ci sia una risposta univoca sempre e comunque, e ogni volta ti fanno chiedere sarà il caso di accettare questa cosa o devo affermare me stesso?
Combattere o lasciar correre?
Aver fiducia o dubitare?
Pugno di ferro o guanto di velluto?
Fede o ragione?
Sono tutte incarnazioni del dilemma fondamentale, che ha due vie giuste e due errate.
Le due vie giuste consistono nell'accettare le cose che non si possono cambiare e nel provare a cambiare quelle che si potrebbero cambiare.
Le vie sbagliate sono l'inverso: provare a cambiare quando non si può e accettare passivamente ciò che invece non dovrebbe essere accettato.
Se io ti chiedessi raccontami un momento della tua vita in cui hai lottato per qualcosa e hai provato soddisfazione nel farlo?
Oppure, raccontami un momento della tua vita in cui hai lottato per qualcosa per poi rammaricartene?
Che tipo di storie pensi verrebbero fuori dai tuoi racconti?
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domenica 13 aprile 2014
Raccontarsi per gioco, giocare per raccontarsi
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sabato 31 marzo 2012
Il mensile di Studialamente: Marzo 2012
Le ultimissime del mese di marzo, qui, sulle pagine di www.studialamente.com!
Né aggressivi né passivi...
Ma assertivi sì!
Perché è questo il triangolo nel quale ognuno di noi può dibattersi nel reagire a persone ed eventi della vita.
Poiché l'assertività permette l'affermazione personale, alcune persone sconfinano nella loro parte aggressiva fuori luogo, mentre altre, proprio per evitare di apparire troppo rudi, si tengono a freno, scivolando in atteggiamenti passivi.
Possibile sia così difficile stare nel giusto mezzo?
Prova allora a seguire le indicazioni di questo post!
La mente ha i suoi tempi
Nel mondo della psicologia per fortuna si fa anche molto umorismo, e uno degli argomenti presi di mira dalla comicità sulle scienze della mente è la durata della psicoterapia.
In particolare, si scherza - ma non troppo - sulla lunghezza potenzialmente infinita della psicoanalisi freudiana che può non trovare conclusione proprio per la sua conformazione epistemologica: se esiste l'inconscio, e se l'inconscio ti condiziona, allora il tuo desiderio di concludere la terapia potrebbe in realtà essere una resistenza inconscia alla guarigione.
Senza arrivare a questi estremi, è giusto comunque chiedersi come si può fare a capire quand'è il momento di chiudere una relazione terapeutica, e il post che ti propongo ti aiuta a chiarire alcune idee in questione.
Giù la maschera!
Che l'essere umano abbia una dimensione ambigua, in cui lati opposti si bilanciano tra loro non è una novità.
Esempio diffuso e riscontrabile di una simile duplice natura umana sta in quel meccanismo di difesa - secondo l'accezione psicoanalitica - chiamato formazione reattiva, in base al quale l'Io si appiattisce su un unico atteggiamento/comportamento per evitare di cadere nel suo opposto, che teme come una pena infernale.
Il caso più banale si ha quando l'aggressività viene - mal - celata dietro una mansuetudine di facciata, ma la formazione reattiva - di cui ti parlo in questo articolo - ha ben altre manifestazioni più complesse e intricate che può essere curioso conoscere.
Né aggressivi né passivi...
Ma assertivi sì!
Perché è questo il triangolo nel quale ognuno di noi può dibattersi nel reagire a persone ed eventi della vita.
Poiché l'assertività permette l'affermazione personale, alcune persone sconfinano nella loro parte aggressiva fuori luogo, mentre altre, proprio per evitare di apparire troppo rudi, si tengono a freno, scivolando in atteggiamenti passivi.
Possibile sia così difficile stare nel giusto mezzo?
Prova allora a seguire le indicazioni di questo post!
La mente ha i suoi tempi
Nel mondo della psicologia per fortuna si fa anche molto umorismo, e uno degli argomenti presi di mira dalla comicità sulle scienze della mente è la durata della psicoterapia.
In particolare, si scherza - ma non troppo - sulla lunghezza potenzialmente infinita della psicoanalisi freudiana che può non trovare conclusione proprio per la sua conformazione epistemologica: se esiste l'inconscio, e se l'inconscio ti condiziona, allora il tuo desiderio di concludere la terapia potrebbe in realtà essere una resistenza inconscia alla guarigione.
Senza arrivare a questi estremi, è giusto comunque chiedersi come si può fare a capire quand'è il momento di chiudere una relazione terapeutica, e il post che ti propongo ti aiuta a chiarire alcune idee in questione.
Giù la maschera!
Che l'essere umano abbia una dimensione ambigua, in cui lati opposti si bilanciano tra loro non è una novità.
Esempio diffuso e riscontrabile di una simile duplice natura umana sta in quel meccanismo di difesa - secondo l'accezione psicoanalitica - chiamato formazione reattiva, in base al quale l'Io si appiattisce su un unico atteggiamento/comportamento per evitare di cadere nel suo opposto, che teme come una pena infernale.
Il caso più banale si ha quando l'aggressività viene - mal - celata dietro una mansuetudine di facciata, ma la formazione reattiva - di cui ti parlo in questo articolo - ha ben altre manifestazioni più complesse e intricate che può essere curioso conoscere.
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venerdì 9 marzo 2012
Il diritto di essere assertivi
Ho già parlato di assertività in almeno due post ma oggi voglio offrirti una prospettiva differente.
L'assertività, ricordiamolo, è la capacità di esprimersi senza violare i diritti altrui e - soprattutto - i propri.
Se cerchi di affermare le tue idee tentando un sopruso sull'interlocutore, allora stai adottando un comportamento aggressivo.
Se, viceversa, consenti all'altra persona il sopruso, sei in piena passività.
Purtroppo, non è affatto semplice distinguere queste tre tonalità comportamentali, né è facile capire quando è il caso di adottare l'una o l'altra.
Perché bisogna dire anche questo: a volte l'aggressività e la passività sono necessarie.
Se in un angolo buio si avvicina qualcuno con la pistola e ti chiede di consegnargli tutto ciò che hai, non sarà il caso di sfoggiare la tua migliore assertività o peggio di virare verso l'aggressione: il tuo obiettivo è uscire in salute dall'angolo buio, quindi farai meglio a dargli il portafogli.
È anche vero che se il tizio che si avvicina ha un bastone, un ricorso all'aggressività potrebbe anche funzionare e spingerlo alla ritirata.
Come possiamo sapere esattamente quali comportamenti sono assertivi - e quindi civili - e quali no?
Esiste una "carta dei diritti" dell'assertività?
No, ma rimediamo subito.
L'assertività, ricordiamolo, è la capacità di esprimersi senza violare i diritti altrui e - soprattutto - i propri.
Se cerchi di affermare le tue idee tentando un sopruso sull'interlocutore, allora stai adottando un comportamento aggressivo.
Se, viceversa, consenti all'altra persona il sopruso, sei in piena passività.
Purtroppo, non è affatto semplice distinguere queste tre tonalità comportamentali, né è facile capire quando è il caso di adottare l'una o l'altra.
Perché bisogna dire anche questo: a volte l'aggressività e la passività sono necessarie.
Se in un angolo buio si avvicina qualcuno con la pistola e ti chiede di consegnargli tutto ciò che hai, non sarà il caso di sfoggiare la tua migliore assertività o peggio di virare verso l'aggressione: il tuo obiettivo è uscire in salute dall'angolo buio, quindi farai meglio a dargli il portafogli.
È anche vero che se il tizio che si avvicina ha un bastone, un ricorso all'aggressività potrebbe anche funzionare e spingerlo alla ritirata.
Come possiamo sapere esattamente quali comportamenti sono assertivi - e quindi civili - e quali no?
Esiste una "carta dei diritti" dell'assertività?
No, ma rimediamo subito.
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mercoledì 25 maggio 2011
C'è chi dice no
Sì, ma come fa?
Sono molte le persone che si accorgono troppo tardi di quanto sarebbe stato importante pronunciare un no invece di acconsentire per poi ritrovarsi pentite.
È una sensazione stomachevole, nel senso che lo stomaco si contorce facendoti capire chiaramente dove e quando hai sbagliato, anche se spesso sembra tardi per rimediare.
Fa male soprattutto sapere di non essere stati fedeli a sé stessi.
Il conflitto in atto può renderci impotenti: da una parte dire no ci sembra una cattiveria, un atto di egoismo estremo, un torto a chi ci chiede; dall'altra parte, dire sì significa andare contro il nostro vero volere e trovarci in una situazione spiacevole per noi, anche se piacevole per gli altri.
Nota come entrambi gli atteggiamenti implichino un atteggiamento biasimevole verso noi stessi, o rimproverandoci per l'eccessiva durezza nel dire no, o sottostimandoci per aver ceduto.
Per riuscire a dire no al momento opportuno?
Ecco quattro "armi" di sicura utilità.
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mercoledì 7 luglio 2010
Comunicazione assertiva: il piacere dell'onestà
Se è un dovere rispettare i diritti degli altri, è anche un dovere far rispettare i propri.
Lo ha detto Herbert Spencer in un'epoca in cui l'assertività forse come parola neanche esisteva.
Ma il problema di comunicare agli altri i nostri bisogni e nello stesso tempo evitare i conflitti credo accompagni gli esseri umani da tempo immemore.
Con la comunicazione assertiva è possibile farlo, ma il punto è un altro: benché l'assertività a volte si mostri come un talento innato in alcuni individui, nella maggior parte dei casi si può apprendere a essere assertivi.
La definizione più diffusa di assertività è la capacità di affermare i propri diritti e sentimenti rispettando i diritti e i sentimenti degli altri.
Poiché consente di ridurre lo stress per i conflitti con familiari, amici e colleghi, è una delle più importanti capacità che la nostra era della comunicazione richieda.
In modo onesto e sincero, la comunicazione assertiva chiarisce i nostri bisogni alle altre persone.
Equivoci intorno all'assertività
Nei corsi di comunicazione assertiva vedo persone che si alzano in piedi pronte a mettere a frutto la nuova magica abilità appresa.
Li vedi già andare con la mente da tutte quelle persone con le quali hanno conti verbali in sospeso pensando di aver trovato la formula per "dirgliene quattro" facendo bella figura.
Non ci siamo.
L'assertività ha due acerrime nemiche.
La prima nemica è l'aggressività.
Se senti aggressività non stai per niente usando l'assertività.
L'aggressivo giudica l'interlocutore e trasforma il confronto in una partita che vuole assolutamente vincere.
L'assertivo riconosce i diritti dell'interlocutore e lavora a una soluzione nella quale si vinca entrambi.
Ma c'è l'altra nemica, più sottile e subdola: la passività.
La passività soffoca la tua capacità di affermarti, per gli stessi motivi dell'aggressività.
In realtà il passivo, come l'aggressivo, pensa male dell'altro, pensa che nulla si possa cambiare, e pensa ci sia una partita in gioco, ma crede di dover ricoprire il ruolo di colui che perde la partita, e se solo ne avesse la capacità non ci penserebbe due volte a passare dalla parte dell'aggressivo.
Invece, la comunicazione assertiva rafforza i rapporti e riduce lo stress, ti fa stringere legami sinceri con le persone e ti permette di non sovraccaricarti di impegni non voluti, dicendo un no onesto e chiaro.
Vediamo come.
Lo ha detto Herbert Spencer in un'epoca in cui l'assertività forse come parola neanche esisteva.
Ma il problema di comunicare agli altri i nostri bisogni e nello stesso tempo evitare i conflitti credo accompagni gli esseri umani da tempo immemore.
Con la comunicazione assertiva è possibile farlo, ma il punto è un altro: benché l'assertività a volte si mostri come un talento innato in alcuni individui, nella maggior parte dei casi si può apprendere a essere assertivi.
La definizione più diffusa di assertività è la capacità di affermare i propri diritti e sentimenti rispettando i diritti e i sentimenti degli altri.
Poiché consente di ridurre lo stress per i conflitti con familiari, amici e colleghi, è una delle più importanti capacità che la nostra era della comunicazione richieda.
In modo onesto e sincero, la comunicazione assertiva chiarisce i nostri bisogni alle altre persone.
Equivoci intorno all'assertività
Nei corsi di comunicazione assertiva vedo persone che si alzano in piedi pronte a mettere a frutto la nuova magica abilità appresa.
Li vedi già andare con la mente da tutte quelle persone con le quali hanno conti verbali in sospeso pensando di aver trovato la formula per "dirgliene quattro" facendo bella figura.
Non ci siamo.
L'assertività ha due acerrime nemiche.
La prima nemica è l'aggressività.
Se senti aggressività non stai per niente usando l'assertività.
L'aggressivo giudica l'interlocutore e trasforma il confronto in una partita che vuole assolutamente vincere.
L'assertivo riconosce i diritti dell'interlocutore e lavora a una soluzione nella quale si vinca entrambi.
Ma c'è l'altra nemica, più sottile e subdola: la passività.
La passività soffoca la tua capacità di affermarti, per gli stessi motivi dell'aggressività.
In realtà il passivo, come l'aggressivo, pensa male dell'altro, pensa che nulla si possa cambiare, e pensa ci sia una partita in gioco, ma crede di dover ricoprire il ruolo di colui che perde la partita, e se solo ne avesse la capacità non ci penserebbe due volte a passare dalla parte dell'aggressivo.
Invece, la comunicazione assertiva rafforza i rapporti e riduce lo stress, ti fa stringere legami sinceri con le persone e ti permette di non sovraccaricarti di impegni non voluti, dicendo un no onesto e chiaro.
Vediamo come.
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