Poche settimane fa ho parlato di
razzismo a partire da alcuni commenti di esponenti politici del nostro paese, ma di recente un altro episodio mi spinge a riparlarne.
Il campo stavolta è più ristretto, e la notizia è circoscritta al mondo
enogastronomico.
Fulvio Bressan, produttore di vini friulano, si rivolge via
Facebook al ministro
Kyenge con preziosismi linguistici del tipo
sporca scimmia nera e
negra mantenuta di merda.
Il primo ovvio risultato di una simile uscita è che oggi, a digitare il suo nome su Google, invece delle lodi ai suoi vini ci trovate le reazioni dei siti e dei blog su vino e gastronomia dopo questa bella uscita.
In queste reazioni si confrontano le posizioni di chi appoggia le idee del vignaiolo, di chi ne condanna solo la violenza verbale, e di coloro che invece dichiarano di escluderlo per sempre come fornitore.
Purtroppo però il confronto dei commentatori si è quasi sempre spostato verso le argomentazioni sulle politiche dell'immigrazione, perdendo a volte di vista
il problema centrale, cioè quello del
dare della scimmia e della negra alla Kyenge, della quale poi si potranno criticare anche aspramente tutte le idee e le azioni da ministro.
Questo
bisogno di inveire che, nel caso in cui l'oggetto dell'ira sia una persona dalla pelle di un altro colore, si configura sempre come un attacco all'
etnia, un'associazione con l'
inferiorità e la
sporcizia tout court e un'identificazione con la
nullafacenza e il
parassitismo.
Due sono i fenomeni dei quali mi interessa parlare, che emergono dalla vicenda.
L'
accostamento tra la pelle scura e la scimmia e l'
indifferenza o il tentativo di mostrarsi
razionali dopo aver assistito a episodi di palese
disprezzo razziale.