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sabato 11 ottobre 2014

Educare per uscire dalla violenza

L'episodio delle sevizie inferte con un compressore a un ragazzo in provincia di Napoli è terrificante, ma non voglio farmi paralizzare dall'orrore - che pure sento - perché è in questi casi che bisogna fare attenzione alle derive emotive della cronaca.

Simili storie rischiano di far puntare l'attenzione sulla sicurezza invece che sulla civiltà, e quando si ragiona a caldo su che cosa si può fare poi si finisce per pensare in maniera poliziesca all'aumento del controllo al posto di sforzarsi di immaginare come far crescere il livello culturale della convivenza civile.

Le relazioni sociali comunque sono spesso caratterizzate da transazioni crudeli, come prendere in giro, emarginare, sopraffare, spettegolare, fare gruppo contro le minoranze.

Nel mondo dei giovani, poi, queste disdicevoli pratiche fanno ancor più scalpore, sia perché il minore, l'adolescente o comunque il ragazzo che le subisce è palesemente più debole, sia perché questi meccanismi non avvengono soltanto nelle interazioni dal vivo, ma anche sui social network e persino nella modernissima comunicazione via cellulare, soprattutto con le nuove applicazioni per i messaggi.

Quando il più giovane soggiace alla crudeltà non è in pericolo solo il suo benessere e la tranquillità sociale, ma è a rischio anche la capacità di chi tutela ed educa i giovani di puntare all'obiettivo della loro crescita come cittadini, come membri di una cultura, col pericolo invece di appiattirsi sulla pura vigilanza e sul controllo delle condizioni di sicurezza.

sabato 16 novembre 2013

La trappola del disturbo oppositivo provocatorio

Quanto è dura oggi la vita dei ragazzi arrabbiati o infelici.

Ai primi si dice subito che devono imparare a gestire correttamente il loro sentimento, a leggere le situazioni nelle quali lo provano, a elaborare, procrastinare e altre formule magiche.

Ai secondi va anche peggio, perché subito il marchio di una presunta depressione incombe su di loro, e mentre le presunte depressioni scompaiono, i marchi sono più duri a svanire.

Sembra che le istituzioni educative oggi spendano tantissimo tempo a medicalizzare gli adolescenti, come se crescere fosse di per sé una potenziale malattia, come se la rabbia fosse agli antipodi della salute, come se l'infelicità fosse una disgrazia, e proprio in questa fase dello sviluppo, che di occasioni per arrabbiarsi o intristirsi ne offre a iosa.

Una delle etichette diagnostiche che ho incontrato frequentemente in questi anni, e che maggiormente mi hanno lasciato perplesso è il disturbo oppositivo provocatorio.

lunedì 9 settembre 2013

Tutti a scuola: cinque riflessioni indispensabili per insegnare

Da questa settimana riaprono le scuole italiane, e tutti gli insegnanti sono chiamati a un compito titanico.

Nella crisi e nello smarrimento che caratterizzano i nostri giorni, tenere il timone delle classi di studenti richiede doti, capacità e attitudini che giustamente non possono appartenere a ogni persona in maniera indistinta.

Se è vero che il lavoro dell'insegnante è ormai sottostimato - anche in termini economici - e che chi insegna non è più quella porta sul mondo che in passato poteva addirittura affascinare gli studenti, e che oggi invece appare obsoleto poiché i ragazzi hanno accesso immediato all'informazione semplicemente tirando fuori i loro smartphone dalle tasche, è altrettanto vero che a volte gli insegnanti se la cercano.

Ecco alcune riflessioni, ora in veste di consiglio e altre di monito, comunque espresse con piena solidarietà e con l'augurio di essere artefici di un'esperienza significativa per tutti gli studenti.

giovedì 26 gennaio 2012

Mamme amiche e pubblicità



Io e mia madre siamo molto amiche, è una frase che puoi sentire abbastanza spesso, oggi, da un'adolescente.

Io dico tutto a mia madre è il naturale corollario della frase precedente, quindi non meno frequente.

Il gran finale è non ho segreti per lei, dopodiché possiamo dire di aver trovato un'esponente di una categoria ormai diffusissima quanto discutibile: la mamma amica.

Partiamo da queste tre affermazioni e facciamo finta di parlare alla ragazzina che le ha orgogliosamente sbandierate.

venerdì 12 febbraio 2010

Genitori e adolescenti: tre veleni e tre antidoti


Io crescerò
I romani la sapevano lunga nel definire adolescentem il ragazzo e la ragazza che inizia a crescere.

Una parola vaga per un processo che si sviluppa nel tempo, difficile da definire una volta e per tutte.

Durante quell'età lì nulla è dato per certo e l'incertezza gioca brutti scherzi alla tranquillità personale.

Genitori e adolescenti vivono questa lunga fase in modo a volte burrascoso, i primi lamentando la difficoltà di decifrare questo essere che cambia ai limiti dell'irriconoscibile, e i secondi soffrendo per la semplice convivenza con i familiari, vissuta come una insopportabile ingerenza.

Sebbene io non creda si debba per forza dare ragione all'una o all'altra parte di questa complicata relazione, penso che i genitori in quanto adulti dovrebbero avere le risorse per governare il rapporto, aiutando i figli in crescita a restare in partita.

Ma i genitori hanno i loro grattacapi, con questi fenomeni in cambiamento: non li riconoscono, non riescono a interpretare le espressioni facciali, le inflessioni vocali, le intenzioni, le emozioni, davanti a ragazzi e ragazze che usano codici del tutto incomprensibili per loro.

Dal canto loro, i giovani criticano i genitori per la loro contraddittorietà, ora sono eccessivamente normativi, ora si sperticano in effusioni e dimostrazioni di affetto inspiegate, sembrano non avere sicurezza, sono ingiusti, distratti e spesso predicano male razzolando peggio.

Nessuna meraviglia se il dialogo genitori-figli si trasforma spesso in un'aspra battaglia sul campo dell'incomunicabilità.

Non credo che i ragazzi siano abbastanza consapevoli da osservare dall'esterno la relazione con i genitori e introdurre i necessari cambiamenti per farla funzionare.

Sicuramente la loro impulsività può farli esprimere in modo eccessivo per i genitori, ma la maggiore consapevolezza di papà e mamma è la chiave per risolvere il problema.

Cosa "avvelena" la relazione genitori-figli?